| II. Capítulo XLIV. Cómo Sancho Panza fue llevado al gobierno, y de la estraña aventura que en el castillo sucedió a don Quijote. | CAPITOLO XLIV SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE. |
| Dicen que en el propio original desta historia se lee que, llegando Cide Hamete a escribir este capítulo, no le tradujo su intérprete como él le había escrito, que fue un modo de queja que tuvo el moro de sí mismo, por haber tomado entre manos una historia tan seca y tan limitada como esta de don Quijote, por parecerle que siempre había de hablar dél y de Sancho, sin osar estenderse a otras digresiones y episodios más graves y más entretenidos; y decía que el ir siempre atenido el entendimiento, la mano y la pluma a escribir de un solo sujeto y hablar por las bocas de pocas personas era un trabajo incomportable, cuyo fruto no redundaba en el de su autor, y que, por huir deste inconveniente, había usado en la primera parte del artificio de algunas novelas, como fueron la del Curioso impertinente y la del Capitán cautivo, que están como separadas de la historia, puesto que las demás que allí se cuentan son casos sucedidos al mismo don Quijote, que no podían dejar de escribirse. También pensó, como él dice, que muchos, llevados de la atención que piden las hazañas de don Quijote, no la darían a las novelas, y pasarían por ellas, o con priesa o con enfado, sin advertir la gala y artificio que en sí contienen, el cual se mostrara bien al descubierto cuando, por sí solas, sin arrimarse a las locuras de don Quijote ni a las sandeces de Sancho, salieran a luz. Y así, en esta segunda parte no quiso ingerir novelas sueltas ni pegadizas, sino algunos episodios que lo pareciesen, nacidos de los mesmos sucesos que la verdad ofrece; y aun éstos, limitadamente y con solas las palabras que bastan a declararlos; y, pues se contiene y cierra en los estrechos límites de la narración, teniendo habilidad, suficiencia y entendimiento para tratar del universo todo, pide no se desprecie su trabajo, y se le den alabanzas, no por lo que escribe, sino por lo que ha dejado de escribir. | Cid Hamete, per quanto si dice nel genuino originale di questa opera, dovendo scrivere il presente capitolo, lo cominciò con un esordio che l'interprete non tradusse con scrupolosa fedeltà. Perocché lo scrittore Moro duolsi in quell'esordio di avere posto mano ad un'istoria arida e limitata come si è questa di don Chisciotte, in cui continuamente si parla di lui e di Sancio, senza osar di estendersi ad altre digressioni od episodi più gravi e più dilettevoli. Diceva egli che occupare mai sempre l'intelletto, la mano e la penna a scrivere di un solo soggetto, e a parlare colla bocca di poche persone, era un'intollerabile fatica, il cui frutto non ridondava in vantaggio dell'autore. Diceva in oltre che per sottrarsi da questo inconveniente si era valso nella prima Parte dell'artifizio d'inserire alcune Novelle, come furono quelle del Curioso impertinente e del Capitano schiavo, che sono in certo modo separate dalla istoria, essendoché le altre che vi si raccontano, son casi successi al medesimo don Chisciotte, sicché non si potea tralasciare di notarli. Ma d'altra parte pensò, come asserisce egli stesso, che trasportati molti dall'attenzione che esigono le prodezze di don Chisciotte, non sarebbero stati in grado di prestarla alle novellette, ma che le avrebbero scorse o all'infretta o con noia senza por mente alla vaghezza ed all'artifizio che in sé contengono, il quale scopertamente si mostrerebbe quando fossero escite alla luce staccate del tutto dalle pazzie di don Chisciotte e dalle balordaggini di Sancio Pancia. Per questi motivi il citato autore in questa seconda Parte non volle innestare Novelle sciolte né legate, ma introdusse qualche episodio nato dai successi medesimi, il che è più verisimile, e questo pure limitatamente e colle sole parole che bastano a dichiararlo. Si contenne e rinserrò negli stretti limiti della narrazione, benché possedesse abilità, sufficienza e intendimento per trattare dell'universo intero; ed è quindi dovere che non si abbia a vile la sua fatica, anzi gli si dieno lodi, non tanto per quello che scrive, quanto per quello che ha tralasciato di scrivere. |
| Y luego prosigue la historia diciendo que, en acabando de comer don Quijote, el día que dio los consejos a Sancho, aquella tarde se los dio escritos, para que él buscase quien se los leyese; pero, apenas se los hubo dado, cuando se le cayeron y vinieron a manos del duque, que los comunicó con la duquesa, y los dos se admiraron de nuevo de la locura y del ingenio de don Quijote; y así, llevando adelante sus burlas, aquella tarde enviaron a Sancho con mucho acompañamiento al lugar que para él había de ser ínsula. | Dopo questo preambolo, continua la leggenda nel modo seguente: Don Chisciotte dopo terminato il pranzo nel giorno in cui diede i consigli a Sancio, glieli fece tenere nella stessa sera al tardi in iscritto affinché da qualcuno se li facesse leggere; non glieli avea però appena consegnati che caddero, e pervennero in mano del duca, il quale li comunicò alla duchessa, e tutti e due nuovamente stupirono della pazzia e dell'ingegno del cavaliere errante. Tirando eglino innanzi colle burle mandarono quella sera Sancio con grande accompagnamento al paese che per lui dovea essere isola. |
| Acaeció, pues, que el que le llevaba a cargo era un mayordomo del duque, muy discreto y muy gracioso -que no puede haber gracia donde no hay discreción-, el cual había hecho la persona de la condesa Trifaldi, con el donaire que queda referido; y con esto, y con ir industriado de sus señores de cómo se había de haber con Sancho, salió con su intento maravillosamente. Digo, pues, que acaeció que, así como Sancho vio al tal mayordomo, se le figuró en su rostro el mesmo de la Trifaldi, y, volviéndose a su señor, le dijo. | Colui pertanto che lo guidava colla sua responsabilità, era quello stesso maggiordomo del duca molto discreto e grazioso (che non si dà grazia dove non è discrezione), il quale avea rappresentato il personaggio della contessa Trifaldi col buon garbo che abbiamo detto. Quest'uomo bene istrutto e avvertito da' suoi padroni del modo che dovea tener con Sancio, riuscì a maraviglia nella esecuzione del suo impegno. Ora dunque avvenne che quando Sancio vide tal maggiordomo, raffigurò nel suo viso quello stesso della Trifaldi, e dirizzandosi al suo padrone gli disse: |
| -Señor, o a mí me ha de llevar el diablo de aquí de donde estoy, en justo y en creyente, o vuestra merced me ha de confesar que el rostro deste mayordomo del duque, que aquí está, es el mesmo de la Dolorida. | — O mi ha da portare il diavolo via di qua dove io sono bello ed intero, o mi ha a confessare la signoria vostra che il volto di questo maggiordomo del duca, che sta qui, è quello stesso della Trifaldi.» |
| Miró don Quijote atentamente al mayordomo, y, habiéndole mirado, dijo a Sancho. | Don Chisciotte guardò e riguardò attentamente il maggiordomo, e poi disse a Sancio: |
| -No hay para qué te lleve el diablo, Sancho, ni en justo ni en creyente, que no sé lo que quieres decir; que el rostro de la Dolorida es el del mayordomo, pero no por eso el mayordomo es la Dolorida; que, a serlo, implicaría contradición muy grande, y no es tiempo ahora de hacer estas averiguaciones, que sería entrarnos en intricados laberintos. Créeme, amigo, que es menester rogar a Nuestro Señor muy de veras que nos libre a los dos de malos hechiceros y de malos encantadores. | — Non occorre che il diavolo ti porti, o Sancio, né bello né intero, perché il viso della Trifaldi è proprio quello del maggiordomo: ma non è per questo che il maggiordomo sia la Trifaldi; ché se ciò fosse implicherebbe grandissima contraddizione: ma non è tempo questo di avverare tali circostanze, mentre sarebbe un voler entrare in labirinto molto intricato. Credimi, amico, che fa mestieri pregare nostro Signore con molto affetto, perché ci liberi dai cattivi stregoni e dai tristi incantatori. |
| -No es burla, señor -replicó Sancho-, sino que denantes le oí hablar, y no pareció sino que la voz de la Trifaldi me sonaba en los oídos. Ahora bien, yo callaré, pero no dejaré de andar advertido de aquí adelante, a ver si descubre otra señal que confirme o desfaga mi sospecha. | — Ma questa non è burla, replicò Sancio, perché ho chiaramente intesa la sua voce, e non altro mi è suonato all'orecchio che la voce della Trifaldi. Basta per ora; non si parli altro, ma non tralascerò in avvenire di star cogli occhi aperti per vedere se qualche altro segnale confermi o distrugga i miei sospetti. |
| -Así lo has de hacer, Sancho -dijo don Quijote-, y darásme aviso de todo lo que en este caso descubrieres y de todo aquello que en el gobierno te sucediere. | — Così dèi fare, Sancio, disse don Chisciotte, e mi porrai al chiaro di ogni tua scoperta in tale proposito, e di qualunque cosa che nel governo sarà per succederti. |
| Salió, en fin, Sancho, acompañado de mucha gente, vestido a lo letrado, y encima un gabán muy ancho de chamelote de aguas leonado, con una montera de lo mesmo, sobre un macho a la jineta, y detrás dél, por orden del duque, iba el rucio con jaeces y ornamentos jumentiles de seda y flamantes. Volvía Sancho la cabeza de cuando en cuando a mirar a su asno, con cuya compañía iba tan contento que no se trocara con el emperador de Alemaña. | Sancio in fine partì accompagnato da gran comitiva vestito da legale, con sopra l'abito un gabbano molto splendido e largo di ciambellotto a once, e con berretto pure di ciambellotto. Cavalcava un mulo alla ginetta, e dietro a lui per comando del duca andava il leardo con fornimenti e guarnizioni giumentili di seta fiammeggianti. Sancio voltava il capo di quando in quando per guardare il suo asino, in compagnia del quale andava tanto contento che non l'avrebbe ceduto ad un imperatore. |
| Al despedirse de los duques, les besó las manos, y tomó la bendición de su señor, que se la dio con lágrimas, y Sancho la recibió con pucheritos. | Nel prendere licenza dai duchi baciò loro la mano, e si prese la benedizione del suo signore, che gliela diede colle lagrime agli occhi, e la ricevette Sancio colle gote gonfie, come fanciullo che stia per piangere. |
| Deja, lector amable, ir en paz y en hora buena al buen Sancho, y espera dos fanegas de risa, que te ha de causar el saber cómo se portó en su cargo, y, en tanto, atiende a saber lo que le pasó a su amo aquella noche; que si con ello no rieres, por lo menos desplegarás los labios con risa de jimia, porque los sucesos de don Quijote, o se han de celebrar con admiración, o con risa. | Lascia, o lettor garbato, andare in pace e in buon'ora l'ottimo nostro Sancio, e attenditi due staia di risa che ti ha a produrre il sapere come si portò nel suo governo; frattanto ascolta quello che avvenne in quella notte al suo padrone: che se con questo racconto non riderai, comporrai per lo meno, come suol dirsi, le labbra a ghigno di scimmia; perché gli avvenimenti che riguardan don Chisciotte, od hannosi a celebrare con ammirazione o con festività. |
| Cuéntase, pues, que, apenas se hubo partido Sancho, cuando don Quijote sintió su soledad; y si le fuera posible revocarle la comisión y quitarle el gobierno, lo hiciera. Conoció la duquesa su melancolía, y preguntóle que de qué estaba triste; que si era por la ausencia de Sancho, que escuderos, dueñas y doncellas había en su casa que le servirían muy a satisfación de su deseo. | Raccontasi dunque che appena partito Sancio sentì don Chisciotte il peso della sua solitudine; e se gli fosse stato possibile rivocare la commissione e torgli il governo, lo avrebbe fatto. Fu conosciuta dalla duchessa la sua malinconia, e lo domandò perché stesse di sì malavoglia: che se ciò fosse per la partenza di Sancio, egli avrebbe potuto avere nella sua corte in vece di lui, a suo libero comando altri scudieri, e matrone e donzelle. |
| -Verdad es, señora mía -respondió don Quijote-, que siento la ausencia de Sancho, pero no es ésa la causa principal que me hace parecer que estoy triste, y, de los muchos ofrecimientos que vuestra excelencia me hace, solamente acepto y escojo el de la voluntad con que se me hacen, y, en lo demás, suplico a Vuestra Excelencia que dentro de mi aposento consienta y permita que yo solo sea el que me sirva. | — È vero, signora, rispose don Chisciotte, che mi pesa la lontananza di Sancio, ma non è questo il principale motivo che mi fa parere malinconico: quanto poi alle molte offerte che mi va facendo la bontà vostra, io non le accetto; solo sono contento della egregia intenzione con cui si fanno, e di nient'altro supplico vostra eccellenza fuorché di consentire e permettere che io nella mia stanza e da per me solo mi serva. |
| -En verdad -dijo la duquesa-, señor don Quijote, que no ha de ser así que le han de servir cuatro doncellas de las mías, hermosas como unas flores. | — In verità, signor don Chisciotte, disse la duchessa, che così non ha da essere, perché intendo che restino ai suoi comandi quattro delle mie donzelle, belle e fresche come tante rose. |
| -Para mí -respondió don Quijote- no serán ellas como flores, sino como espinas que me puncen el alma. Así entrarán ellas en mi aposento, ni cosa que lo parezca, como volar. Si es que vuestra grandeza quiere llevar adelante el hacerme merced sin yo merecerla, déjeme que yo me las haya conmigo, y que yo me sirva de mis puertas adentro, que yo ponga una muralla en medio de mis deseos y de mi honestidad; y no quiero perder esta costumbre por la liberalidad que vuestra alteza quiere mostrar conmigo. Y, en resolución, antes dormiré vestido que consentir que nadie me desnude. | — Non sarebbero rose per me, disse don Chisciotte, ma tante spine che mi pungerebbero l'anima; e tanto è possibile ch'io le lasci entrare nella mia camera com'è possibile ch'elleno volino. Se è vero che piaccia alla vostra grandezza di continuare a spargere su di me i suoi favori con prodiga mano, tuttoché io non li meriti, mi usi quello di lasciarmi in piena balìa. Io prescelgo di essere il servitore di me medesimo nella mia solitudine, dove alzerò una muraglia fra i miei desiderî e la mia onestà, mentre perdere non voglio questo mio costume a cagione della liberalità che l'altezza vostra si compiace impartirmi: in conclusione io torrei di dormir vestito anzi che essere spogliato da chicchesia. |
| -No más, no más, señor don Quijote -replicó la duquesa-. Por mí digo que daré orden que ni aun una mosca entre en su estancia, no que una doncella; no soy yo persona, que por mí se ha de descabalar la decencia del señor don Quijote; que, según se me ha traslucido, la que más campea entre sus muchas virtudes es la de la honestidad. Desnúdese vuesa merced y vístase a sus solas y a su modo, como y cuando quisiere, que no habrá quien lo impida, pues dentro de su aposento hallará los vasos necesarios al menester del que duerme a puerta cerrada, porque ninguna natural necesidad le obligue a que la abra. Viva mil siglos la gran Dulcinea del Toboso, y sea su nombre estendido por toda la redondez de la tierra, pues mereció ser amada de tan valiente y tan honesto caballero, y los benignos cielos infundan en el corazón de Sancho Panza, nuestro gobernador, un deseo de acabar presto sus diciplinas, para que vuelva a gozar el mundo de la belleza de tan gran señora. | — Non più, non più, signor don Chisciotte, replicò la duchessa, che in quanto a me si appartiene, ordino risolutamente che neppure una mosca entri nella sua stanza, non ché una donzella; né io sono una persona la quale voglia mai che per causa mia abbia a venir meno la decenza del signor don Chisciotte; e tanto più che, per quanto ho potuto osservare, nella signoria vostra, campeggia l'onestà tra le tante sue maschie virtù. Vossignoria si spogli e si vesta da sé solo, a suo modo, e come e quando le piace, che non vi sarà chi glielo impedisca, e nella sua stanza troverà quanto mai può bisognare a chi dorme con la porta chiusa affinché nessuna naturale occorrenza la sforzi ad aprirla: viva mille secoli la gran Dulcinea del Toboso, e si estenda il suo nome per tutta la rotondità della terra, poiché ha meritato l'amore di un cavaliere sì valoroso ed onesto; i benigni cieli infondano poi nel cuore di Sancio Pancia, nostro governatore, il desiderio di compiere presto la sua disciplina, affinché il mondo torni a godere della bellezza di sì eccelsa signora.» |
| A lo cual dijo don Quijote | Cui don Chisciotte rispose: |
| -Vuestra altitud ha hablado como quien es, que en la boca de las buenas señoras no ha de haber ninguna que sea mala; y más venturosa y más conocida será en el mundo Dulcinea por haberla alabado vuestra grandeza, que por todas las alabanzas que puedan darle los más elocuentes de la tierra. | — L'altezza vostra ha parlato da sua pari, mentre nessuna cosa disdicevole ha mai da uscire di bocca dalle dame ben educate; e più venturosa e più conosciuta sarà al mondo Dulcinea per esser stata onorata dalle lodi della vostra grandezza, che nol sarebbe per quelle tutte che le avessero date i più grandi eloquenti della terra. |
| -Agora bien, señor don Quijote -replicó la duquesa-, la hora de cenar se llega, y el duque debe de esperar venga vuesa merced y cenemos, y acostaráse temprano, que el viaje que ayer hizo de Candaya no fue tan corto que no haya causado algún molimiento. | — Or via, signor don Chisciotte, replicò la duchessa, l'ora della cena è giunta, ed il duca certamente ci sta aspettando; venga la signoria vostra, ceniamo e poi andrà a letto; perché il viaggio che fece ieri a Candaia non fu sì corto che non debba averle prodotto qualche stracchezza. |
| -No siento ninguno, señora -respondió don Quijote-, porque osaré jurar a Vuestra Excelencia que en mi vida he subido sobre bestia más reposada ni de mejor paso que Clavileño; y no sé yo qué le pudo mover a Malambruno para deshacerse de tan ligera y tan gentil cabalgadura, y abrasarla así, sin más ni más. | — Non ne sento alcuna, o signora, rispose don Chisciotte, perché potrei giurare che in vita mia non ho cavalcato bestia più tranquilla né di miglior passo di Clavilegno; né so concepire quale causa abbia indotto Malambruno a privarsi di sì leggera e buona cavalcatura abbruciandola così male a proposito. |
| -A eso se puede imaginar -respondió la duquesa- que, arrepentido del mal que había hecho a la Trifaldi y compañía, y a otras personas, y de las maldades que como hechicero y encantador debía de haber cometido, quiso concluir con todos los instrumentos de su oficio, y, como a principal y que más le traía desasosegado, vagando de tierra en tierra, abrasó a Clavileño; que con sus abrasadas cenizas y con el trofeo del cartel queda eterno el valor del gran don Quijote de la Mancha. | — Si può immaginare, replicò la duchessa, che a ciò siasi risolto siccome pentito del male fatto alla Trifaldi, alla compagnia e ad altre persone, e delle malvagità che come stregone e incantatore debbe avere commesse; e quindi abbia voluto levarsi dinanzi tutti gl'istrumenti del suo mestiere. Piacquegli d'incenerire il mezzo principale che gli dava maggior rimorso, e col quale inquietava più il mondo vagando di terra in terra; ed era Clavilegno, con le cui abbruciate ceneri e col trofeo del castello si è reso eterno il valore del gran don Chisciotte della Mancia.» |
| De nuevo nuevas gracias dio don Quijote a la duquesa, y, en cenando, don Quijote se retiró en su aposento solo, sin consentir que nadie entrase con él a servirle tanto se temía de encontrar ocasiones que le moviesen o forzasen a perder el honesto decoro que a su señora Dulcinea guardaba, siempre puesta en la imaginación la bondad de Amadís, flor y espejo de los andantes caballeros. Cerró tras sí la puerta, y a la luz de dos velas de cera se desnudó, y al descalzarse -¡oh desgracia indigna de tal persona!- se le soltaron, no suspiros, ni otra cosa, que desacreditasen la limpieza de su policía, sino hasta dos docenas de puntos de una media, que quedó hecha celosía. Afligióse en estremo el buen señor, y diera él por tener allí un adarme de seda verde una onza de plata; digo seda verde porque las medias eran verdes. | Nuovi ringraziamenti fece don Chisciotte alla duchessa, e terminato ch'ebbe di cenare, si ritirò solo nella camera senza permettere ad alcuno di entrare a servirlo: sì grande era il suo timore d'inciampare in occasioni che lo movessero e forzassero a perdere l'onesto decoro che serbava alla sua signora Dulcinea, tenendo sempre d'innanzi alla immaginazione la bontà di Amadigi, fiore e specchio degli erranti cavalieri. Si tirò dietro la porta, e spogliossi al lume di due candele di cera; ma allo scalzarsi (oh disgrazia indegna di sì grande soggetto!) scoppiarono, non già cose che screditassero la limpidezza della sua pulizia, ma intorno a due dozzine di maglie di una calzetta che rimase come un crivello. Si afflisse molto il buon signore, ed avrebbe pagato, per avere quivi un dramma di seta verde, un'oncia di argento; dico di seta verde, perch'erano verdi le calzette. |
| Aquí exclamó Benengeli, y, escribiendo, dijo ''¡Oh pobreza, pobreza! ¡No sé yo con qué razón se movió aquel gran poeta cordobés a llamarte | — O povertà! povertà! sclama Ben Engeli a questo passo, io non so per qual ragione il poeta cordovese si mosse a chiamarti |
| dádiva santa desagradecida! . | santo dono ingratamente ricevuto! |
Yo, aunque moro, bien sé, por la comunicación que he tenido con cristianos, que la santidad consiste en la caridad, humildad, fee, obediencia y pobreza; pero, con todo eso, digo que ha de tener mucho de Dios el que se viniere a contentar con ser pobre, si no es de aquel modo de pobreza de quien dice uno de sus mayores santos "Tened todas las cosas como si no las tuviésedes"; y a esto llaman pobreza de espíritu; pero tú, segunda pobreza, que eres de la que yo hablo, ¿por qué quieres estrellarte con los hidalgos y bien nacidos más que con la otra gente? ¿Por qué los obligas a dar pantalia a los zapatos, y a que los botones de sus ropillas unos sean de seda, otros de cerdas, y otros de vidro? ¿Por qué sus cuellos, por la mayor parte, han de ser siempre escarolados, y no abiertos con molde?'' Y en esto se echará de ver que es antiguo el uso del almidón y de los cuellos abiertos. Y prosiguió ''¡Miserable del bien nacido que va dando pistos a su honra, comiendo mal y a puerta cerrada, haciendo hipócrita al palillo de dientes con que sale a la calle después de no haber comido cosa que le obligue a limpiárselos! ¡Miserable de aquel, digo, que tiene la honra espantadiza, y piensa que desde una legua se le descubre el remiendo del zapato, el trasudor del sombrero, la hilaza del herreruelo y la hambre de su estómago!'. | io, tuttoché Moro, so benissimo per la corrispondenza tenuta coi cristiani che la santità consiste nella carità, umiltà, fede, ubbidienza e povertà, contuttociò sostengo che ha da avere del divino colui che si contenta di essere povero, quando non fosse di quel genere di povertà di cui parlando dice uno dei maggiori suoi Santi: tenete le cose tutte come se non le aveste, e questa la chiamano povertà di spirito, ma tu, o secondo genere di povertà (ed è quella che io intendo di ricordare) perché vai tu a percuotere gl'idalghi e le persone bennate, piucché altra gente? perché li obblighi tu a rattoppare le scarpe ed a mettere i bottoni delle loro casacche alcuna volta di setole, altra di seta, ed altra di vetro? perché i collari che portano hanno ad essere sparpagliati per la maggior parte e non a lattughe aperte? (e da ciò verrassi a conoscere quanto sia inveterato l'uso dell'amido e dei collari a lattughe); e poi seguitò a questo modo: «Povero è bene colui che uscito da buoni natali va deturpando l'onor suo, mangiando male a porte serrate, portando lo stuzzicadenti fuori di casa per apparenza e per dar altrui ad intendere di avere mangiata cosa per cui si rende necessario pulirli! Povero è bene colui, ripeto, che dall'onore è fatto pauroso, e teme che pur una lega da lungi se gli scuoprano e osservino i tacconi delle scarpe, il sudore del cappello, il tessuto del ferraiuolo, e la fame che lo tormenta!» |
| Todo esto se le renovó a don Quijote en la soltura de sus puntos, pero consolóse con ver que Sancho le había dejado unas botas de camino, que pensó ponerse otro día. Finalmente, él se recostó pensativo y pesaroso, así de la falta que Sancho le hacía como de la inreparable desgracia de sus medias, a quien tomara los puntos, aunque fuera con seda de otra color, que es una de las mayores señales de miseria que un hidalgo puede dar en el discurso de su prolija estrecheza. Mató las velas; hacía calor y no podía dormir; levantóse del lecho y abrió un poco la ventana de una reja que daba sobre un hermoso jardín, y, al abrirla, sintió y oyó que andaba y hablaba gente en el jardín. Púsose a escuchar atentamente. Levantaron la voz los de abajo, tanto, que pudo oír estas razones. | Tutte queste considerazioni si offrirono alla memoria di don Chisciotte quando si sciolsero le maglie della calzetta, ma si racconsolò poi vedendo che Sancio gli aveva lasciato certi stivali da viaggio, che egli divisò di calzare nel dì seguente. Andò finalmente a letto pieno di pensieri e di amarezze, sì per l'assenza di Sancio come per la irreparabile disgrazia delle calzette, le cui maglie avrebbe eziandio rassettate se avesse potuto con seta di altro colore; ch'è uno dei maggiori indizi di miseria che un idalgo ed una persona bennata possa dare nel corso della costante sua povertà. Spense la candela, ma pel gran caldo non poteva dormire. Alzossi dal letto, aperse un cotal poco una finestra che riusciva sopra delizioso giardino, e nell'aprirla conobbe ed udì che vi era gente la quale ragionava. Si mise ad ascoltare con attenzione, e quelli che stavano abbasso alzarono la voce tanto che egli poté udire il seguente discorso: |
| -No me porfíes, ¡oh Emerencia!, que cante, pues sabes que, desde el punto que este forastero entró en este castillo y mis ojos le miraron, yo no sé cantar, sino llorar; cuanto más, que el sueño de mi señora tiene más de ligero que de pesado, y no querría que nos hallase aquí por todo el tesoro del mundo. Y, puesto caso que durmiese y no despertase, en vano sería mi canto si duerme y no despierta para oírle este nuevo Eneas, que ha llegado a mis regiones para dejarme escarnida. | — Non insistere, Emerenzia, perché io canti, mentre ti è noto che dal primo istante in cui il forestiere entrò in questo castello, e lo mirarono gli occhi miei, io non so più cantare ma solamente piangere: e tanto più che il sonno della mia padrona è leggiero anzi che no, né vorrei che ci sorprendesse qua per tutto l'oro del mondo. Oltre di che s'ella in preda al sonno non si destasse, a vuoto riescirebbe il mio canto se dorme, e non si desta a sentirlo il novello Enea ch'è arrivato alle mie regioni per lasciarmi schernita. |
| -No des en eso, Altisidora amiga -respondieron-, que sin duda la duquesa y cuantos hay en esa casa duermen, si no es el señor de tu corazón y el despertador de tu alma, porque ahora sentí que abría la ventana de la reja de su estancia, y sin duda debe de estar despierto; canta, lastimada mía, en tono bajo y suave al son de tu arpa, y, cuando la duquesa nos sienta, le echaremos la culpa al calor que hace. | — Non credere no questo, o amica Altisidora (altra voce diceva), perché la duchessa e quanti soggiornano in questa casa dormono tutti, fuorché il dominatore del tuo cuore, e lo svegliarino della tua anima; ché avendolo io sentito or ora aprire la finestra della sua stanza deve senz'altro essere desto. Canta pure o dogliosa mia, in tono basso e soave al suono della tua arpa; e se pure la duchessa ci sente, noi incolperemo il caldo che ci molesta. |
| -No está en eso el punto, ¡oh Emerencia! -respondió la Altisidora-, sino en que no querría que mi canto descubriese mi corazón y fuese juzgada de los que no tienen noticia de las fuerzas poderosas de amor por doncella antojadiza y liviana. Pero venga lo que viniere, que más vale vergüenza en cara que mancilla en corazón. | — Non istà nel caldo la difficoltà, o Emerenzia, rispose Altisidora: egli è che non vorrei che il mio canto tradisse i segreti del mio cuore, e si facessero giudici miei quelli che non conoscendo quanto sia possente la forza d'amore, mi giudicherebbero forse donzella capricciosa e leggera: ma seguane che vuole, egli è meglio arrossire in viso che rimanere vittima del cordoglio:» ed in così dire cominciò a suonar un'arpa molto soavemente. |
| Y, en esto, sintió tocar una arpa suavísimamente. Oyendo lo cual, quedó don Quijote pasmado, porque en aquel instante se le vinieron a la memoria las infinitas aventuras semejantes a aquélla, de ventanas, rejas y jardines, músicas, requiebros y desvanecimientos que en los sus desvanecidos libros de caballerías había leído. Luego imaginó que alguna doncella de la duquesa estaba dél enamorada, y que la honestidad la forzaba a tener secreta su voluntad; temió no le rindiese, y propuso en su pensamiento el no dejarse vencer; y, encomendándose de todo buen ánimo y buen talante a su señora Dulcinea del Toboso, determinó de escuchar la música; y, para dar a entender que allí estaba, dio un fingido estornudo, de que no poco se alegraron las doncellas, que otra cosa no deseaban sino que don Quijote las oyese. Recorrida, pues, y afinada la arpa, Altisidora dio principio a este romance | Restò don Chisciotte, ciò udendo, trasecolato, perché in quell'istante se gli presentarono alla memoria le infinite venture simili a quella, di finestre, cioè, inferriate, giardini, musiche, concerti amorosi e svenimenti da esso letti nei suoi spropositati libri di cavalleria. S'immaginò subito che qualche donzella della duchessa fosse innamorata di lui, e che l'onestà la sforzasse a tener celate le sue fiamme. Temeva di non esporsi a troppo pericolo, e propose fermamente seco medesimo di non lasciarsi vincere. Raccomandandosi dunque col più vivo del cuore e con ogni buona volontà alla sua signora Dulcinea del Toboso, stabilì di ascoltare la musica: e per far sapere ch'egli era colà, finse di stranutire; di che non poco si rallegrarono le donzelle, le quali altra cosa non desideravano che di essere udite da don Chisciotte. Posta pertanto in ordine ed accordata l'arpa Altisodora cantò la seguente canzone: |
| -¡Oh, tú, que estás en tu lecho. | «O tu che stai |
| entre sábanas de holanda. | nel tuo letto |
| durmiendo a pierna tendid. | fra lenzuola di tela olandese, |
| de la noche a la mañana, | sdraiato dalla sera al mattino. |
| caballero el más valient. | «Valorosissimo de' cavalieri |
| que ha producido la Mancha. | che mai producesse la Mancia, |
| más honesto y más bendit. | più casto e più puro |
| que el oro fino de Arabia. | del fino oro d'Arabia; |
| Oye a una triste doncella. | «Ascolta una giovane innamorata |
| bien crecida y mal lograda. | mal corrisposta, |
| que en la luz de tus dos sole. | che arde al raggio |
| se siente abrasar el alma. | de' tuoi due soli. |
| Tú buscas tus aventuras. | «Tu vai cercando venture, |
| y ajenas desdichas hallas. | e intanto sei causa delle sventure altrui; |
| das las feridas, y niegas | tu ferisci e ricusi |
| el remedio de sanarlas. | di rimediar alle piaghe che vai facendo. |
| Dime, valeroso joven. | «Dimmi o giovine valoroso |
| que Dios prospere tus ansias. | (così Dio ti liberi da ogni affanno), |
| si te criaste en la Libia. | sei tu nato nei deserti della Libia |
| o en las montañas de Jaca. | o sulle montagne del Jacca? |
| si sierpes te dieron leche. | «Ti allattarono forse i serpenti? |
| si, a dicha, fueron tus amas | o fosti per avventura allevato |
| la aspereza de las selva. | fra l'orrore delle foreste |
| y el horror de las montañas. | e l'asprezza delle montagne? |
| Muy bien puede Dulcinea. | «Dulcinea! giovine, |
| doncella rolliza y sana. | fresca e di fiorente salute, |
| preciarse de que ha rendid. | può darsi vanto di avere ammansato |
| a una tigre y fiera brava. | una tigre, una belva feroce. |
| Por esto será famosa | «Per questa vittoria essa andrà famosa |
| desde Henares a Jarama. | dall'Henares al Jarame, |
| desde el Tajo a Manzanares. | dal Tago al Manzanare, |
| desde Pisuerga hasta Arlanza. | dalla Pisverga all'Arlanza. |
| Trocáreme yo por ella. | «Quanto volentieri vorrei esser lei; |
| y diera encima una say. | e ne darei anche per sopra mercato |
| de las más gayadas mías. | il più bello dei miei abiti, |
| que de oro le adornan franjas. | quello ornato con frangie d'oro. |
| ¡Oh, quién se viera en tus brazos. | «Oh quale felicità! vedersi nelle tue braccia, |
| o si no, junto a tu cama. | od almeno presso |
| rascándote la cabez. | il tuo letto |
| y matándote la caspa. | grattandoti la testa. |
| Mucho pido, y no soy dign. | «So ch'io domando troppo gran cosa, |
| de merced tan señalada. | e della quale non sono degna: |
| los pies quisiera traerte. | vorrei soltanto lavarti i piedi; |
| que a una humilde esto le basta. | questo è pur sufficiente ad una umile amante. |
| ¡Oh, qué de cofias te diera. | «Quante cuffie e scarpettine |
| qué de escarpines de plata. | e calze stupende |
| qué de calzas de damasco. | e mantelli d'Olanda |
| qué de herreruelos de holanda. | io ti darei! |
| ¡Qué de finísimas perlas, | «Quante fine perle ti donerei |
| cada cual como una agalla. | e sì grosse che per essere senza |
| que, a no tener compañeras. | pari sarebbero |
| Las solas fueran llamadas. | chiamate le uniche. |
| No mires de tu Tarpey. | «Non contentarti di mirare dall'alto |
| este incendio que me abrasa. | della rupe tarpea l'incendio che mi consuma, |
| Nerón manchego del mundo. | o valoroso Mancego, Nerone del mondo, |
| ni le avives con tu saña. | né rinforzar questo incendio col tuo rigore. |
| Niña soy, pulcela tierna. | «Io sono giovine e tenera verginella, |
| mi edad de quince no pasa | la mia età non è maggiore di quindici anni, |
| catorce tengo y tres meses. | perché sull'anima mia e sulla mia coscienza |
| te juro en Dios y en mi ánima. | ne ho soltanto quattordici e tre mesi. |
| No soy renca, ni soy coja. | «Io non sono né gobba né zoppa, |
| ni tengo nada de manca. | non sono rattratta delle mani: |
| los cabellos, como lirios. | ed ho capegli simiglianti a gigli |
| que, en pie, por el suelo arrastran. | che si strascinano sul suolo a' miei piedi. |
| Y, aunque es mi boca aguileña. | «Comunque sia aquilina la mia bocca, |
| y la nariz algo chata. | e il naso un cotal po' rincagnato, |
| ser mis dientes de topacios. | ciò non pertanto, perché i miei denti sono topazi, |
| mi belleza al cielo ensalza. | la mia bellezza ne riceve anzi splendore. |
| Mi voz, ya ves, si me escuchas. | «In quanto alla mia voce |
| que a la que es más dulce iguala. | se tu ora mi ascolti potrai persuaderti ch'essa non teme |
| y soy de disposición. | il paragone delle più dolci: |
| algo menos que mediana. | la mia persona è piccioletta anzi che no. |
| Estas y otras gracias mías. | «E tutte queste grazie e tutto quanto posseggo |
| son despojos de tu aljaba. | è spoglia riserbata per te. |
| desta casa soy doncella. | Io sono in questa casa damigella di compagnia; |
| y Altisidora me llaman. | il mio nome Altisodora.» |
| Aquí dio fin el canto de la malferida Altisidora, y comenzó el asombro del requirido don Quijote, el cual, dando un gran suspiro, dijo entre sí. | Qui ebbe fine il canto della malferita giovane, e cominciamento lo stupore da cui fu colto l'amato don Chisciotte; il quale mettendo grande sospiro, disse seco medesimo: |
| -¡Que tengo de ser tan desdichado andante, que no ha de haber doncella que me mire que de mí no se enamore...! ¡Que tenga de ser tan corta de ventura la sin par Dulcinea del Toboso, que no la han de dejar a solas gozar de la incomparable firmeza mía...! ¿Qué la queréis, reinas? ¿A qué la perseguís, emperatrices? ¿Para qué la acosáis, doncellas de a catorce a quince años? Dejad, dejad a la miserable que triunfe, se goce y ufane con la suerte que Amor quiso darle en rendirle mi corazón y entregarle mi alma. Mirad, caterva enamorada, que para sola Dulcinea soy de masa y de alfenique, y para todas las demás soy de pedernal; para ella soy miel, y para vosotras acíbar; para mí sola Dulcinea es la hermosa, la discreta, la honesta, la gallarda y la bien nacida, y las demás, las feas, las necias, las livianas y las de peor linaje; para ser yo suyo, y no de otra alguna, me arrojó la naturaleza al mundo. Llore o cante Altisidora; desespérese Madama, por quien me aporrearon en el castillo del moro encantado, que yo tengo de ser de Dulcinea, cocido o asado, limpio, bien criado y honesto, a pesar de todas las potestades hechiceras de la tierra. | — E che? sarò io dunque cavaliere errante sì sventurato che non possa esistere donzella la quale mi guardi e di me non s'innamori? e dovrà essere sì poco avventurosa la senza pari Dulcinea del Toboso che le sia tolto di godere della incomparabile fermezza mia? O regine, che pretendete da lei? a che la perseguitate o imperatrici? perché la invidiate, o donzelle di quattordici anni? Lasciate, deh lasciate che la meschina trionfi; che goda, vinca ed esulti con la sorte che si piacque donarle Amore quando le rese schiavo il mio cuore e la fede dominatrice dell'anima mia: avvertite bene, o innamorate donzelle, che per lei sola io sono pieghevole come cera, ma sono proprio di marmo per le altre tutte: miele sono io per lei, aloe per voi: per me la sola Dulcinea è adorna di bellezza, discreta, onesta, galante, bennata, e le altre donne mi appaiono brutte, scipite, leggere e del più basso lignaggio: nacqui al mondo per esser suo unicamente e non di verun'altra: pianga o canti Altisodora, si disperi anche quella dama per cui amore mi bastonarono nel castello del Moro incantato, ma io debbo esser di Dulcinea a lesso, a rosto, e pulito, ben creato, onesto a dispetto di tutte le fattucchiere podestà della terra.» |
| Y, con esto, cerró de golpe la ventana, y, despechado y pesaroso, como si le hubiera acontecido alguna gran desgracia, se acostó en su lecho, donde le dejaremos por ahora, porque nos está llamando el gran Sancho Panza, que quiere dar principio a su famoso gobierno. | E con questo chiuse impetuosamente la finestra, e sdegnato e pensoso, come se accaduta gli fosse qualche disgrazia, si rimise nel letto, dove lo lasceremo per adesso, perché ci chiama il gran Sancio Pancia che vuol dare principio al suo famoso governo. |